Trieste, 12 Febbraio 2026

Il Gube: "Gli americani? Per loro comprare un club in Italia costa pochissimo..."

12 Febbraio 2026 Autore: Silvia Domanini

Da quasi vent’anni vive a Miami: doveva fare un evento di una settimana con il Milan, poi la vita ha dato a Mirko Gubellini una nuova opportunità calcistica oltreoceano, una scuola calcio, e lì è rimasto. Si sente però "triestino", non dimentica quella che fu la sua squadra del cuore e soffre nel sapere cosa sta accadendo. “Ho vissuto tanti momenti belli e brutti ed annuso le cose come vanno anche se da fuori è molto difficile giudicare. All’inizio, quando sono arrivati in pompa magna questi americani, con tanti buoni propositi, avevano fatto benino, poi non ho capito tante mosse fatte”.

Quali, per esempio?

Quell’esonero di Tesser da terzo in classifica mi è sembrato stranissimo, quell’anno potevano veramente arrivare ai play off e giocarsela. Si sono tirati la zappa sul piede. Poi sono stati ceduti giocatori che facevano la differenza, quelli che ora mancano per fare gol e salvarsi. E’ stato come se si fossero autoeliminati e questo mi ha sorpreso. Senza contare i soldi che sono stati spesi in due anni per trovarsi ora in questa situazione.

Lei che vive negli Stati Uniti, sa spiegare come vedono il calcio gli americani e che cosa vengono a fare a Trieste?

Credo che vedano l’acquisto facile: queste società per loro non costano niente. In America acquistare una squadra che gioca in una categoria paragonabile alla C italiana costa 10 milioni di dollari. Per loro è come uno scherzo venire e coprire un po’ di debiti quando vedono il potenziale di una città come Trieste e del Rocco. Quasi sempre le società non le comprano, subentrano e sembra apparentemente un affare.

Quindi non vengono per un progetto sportivo ma solo per guadagnare?

L’americano che ha il progetto importante credo sia quello che viene per altre ragioni. Questi in due anni mi pare abbiano messo sul piatto venti milioni di euro e non so quali altri progetti avessero. L’investimento vero sarebbe stato un centro sportivo, una struttura che pochi hanno per il settore giovanile. Me lo aspettavo da loro.

Ma in America com’è il calcio?

Non c’è la cultura che c’è in Italia, a livello di organizzazione e strutture sono però molto più avanti e questo permette di proporre un lavoro più professionale. La gente investe e far giocare un bambino a calcio costa tanto: quello che in Italia si paga in un anno, in America lo si paga in un mese.

Che futuro vede per la Triestina?

Fino a poco tempo fa credevo potesse strappare la salvezza ai play out, adesso ci sono meno partite, incertezze societarie e sono anzi sorpreso dalla risposta dei giocatori che dimostrano professionalità e valori importanti. Ma credo sia tardi per uscire da queste sabbie mobili. La serie D non sarebbe neanche un dramma vista la penalizzazione ma bisogna vedere se si parte veramente da lì, è tutto così incerto che mi fa paura. Sono più le sensazioni negative che quelle positive.

Ha qualche speranza?

Ho visto persone che hanno amato e fatto tanto per la Triestina, mi piacerebbe venissero considerate e che venisse presa in mano da un imprenditore triestino.


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