Trieste, 23 Febbraio 2026

Da MIlano con amore: "L'Unione è la nostra passione, in qualunque categoria"

23 Febbraio 2026 Autore: Silvia Domanini

Non importa se la Triestina è ultima, non importa se le vicissitudini societarie minacciano il suo futuro, perché l’amore per i colori rossoalabardati supera ogni cosa. Per star vicino alla sua squadra del cuore è venuto in città in questi giorni il presidente del Triestina Club Milano Alabardata, Matteo Reggente, che con la sua famiglia è andato sabato al Rocco. Tanti i chilometri fatti negli anni per seguire l’Unione, una passione ereditata dal padre e che ora trasmette anche ai suoi due figli e alla moglie, milanese doc.

Com’è nato l’amore per la Triestina?

Mio nonno paterno era triestino, la nonna scappata da Spalato e rifugiata a Trieste. Per motivi di lavoro il nonno si è trasferito a Milano e io vi sono nato. Il legame con Trieste l’ho sempre mantenuto avendo dei parenti e da ragazzino ho trascorso tanto tempo. Sono cresciuto a pane e Unione. E’ più di una passione sportiva, è un senso di appartenenza a questa città.

Di quali partite conserva forti ricordi?

Sicuramente quella disgraziata con la Vis Pesaro, al debutto del Rocco, poi tutte quelle viste intorno a Milano con mio papà che mi portava e quando andavamo trovavo con piacere anche altri ragazzi non triestini a tifare Unione. Ed io sognavo di raggrupparli.

Poi cos’è successo?

Sulla scia dell’entusiasmo della fatidica partita del 9 giugno 2002 di Lucca, la più bella di sempre, è nato il club.

Lo ha fondato lei?

No, altri quattro ragazzi che credo la sera stessa si sono ritrovati sui Navigli per festeggiare e mettere assieme una prima idea di club. Poi è nato lo striscione da trasferta, i cappellini etc ma io per due anni non ne sapevo niente. Nel 2004, durante un Como-Triestina, noto in curva uno striscione enorme di 7 metri e vedo così il mio sogno realizzato. Scopro il club e che sono tutti triestini di origine che lavorano o studiano a Milano. E’ amore a prima vista ed inizia la mia frequentazione, a Monza. Nel 2006, per divergenze fra i soci, il club subisce una flessione, ci ritroviamo in quattro in un locale a Milano in viale Zara e decidiamo di portarlo avanti noi. Iniziamo ad avere un’organizzazione con le tessere e ci affiliamo al Triestina Club Vecchia Guardia 1976. Dopo tre anni mi propongono di fare il presidente, accetto. Era il 2009.

E poi?

Siamo diventati club autonomo grazie al Centro di Coordinamento e siamo cresciuti ogni anno nel numero di tesserati. Oggi siamo 56, due in più dello scorso anno. Un buonissimo numero che ci permette di stare in piedi ed avere visibilità.

Siete un vanto, unico club fuori regione?

Sì ed è bellissimo perché nella grande Milano batte anche un cuore rossoalabardato e non solo Inter o Milan. E la cosa più bella per me è aver trasmesso questa passione alla mia fantastica moglie che per amore viene allo stadio ed ai miei figli che si sono innamorati della Triestina e la seguono.

Che prospettive vede?

Non possiamo più credere nella salvezza, manca solo la matematica alla retrocessione. Ma devo dire che i ragazzi hanno sempre dimostrato una gran dignità sportiva onorando la maglia. L’uscita di scena di Tesser è esclusivamente economica come la vendita di alcuni giocatori. Ormai ci aspettiamo solo una società che ripiani tutti i debiti e possa garantire in queste ultime partite un’equità di campionato.

Cosa vorrebbe?

Tutte le proprietà nuove arrivano e promettono, poi ci sono solo disastri. Questa pare essersi sganciata dalla vecchia ma deve dimostrare le sue intenzioni anche attraverso la comunicazione. Serve lavoro e programmazione a maggior ragione in serie D.

Che partita ha visto con il Cittadella?

Noi eravamo in curva a cantare ed incitare. Una gara spumeggiante che se finiva in parità era più giusto. Subiamo gol pazzeschi, è un anno disgraziato ma i ragazzi ci sono. Speriamo che fra questi ci sia qualcuno che possa creare l’ossatura per la D del prossimo anno.

Seguirete ancora quest’anno la squadra?

Difficile tornare al Rocco, le trasferte sì. Se gioca e possiamo andare, si va. Vogliamo mettere un po’ di Unione in cascina perché l’anno prossimo in D, giocando nel Triveneto, non avremo più la comodità di trasferte vicine. Comunque sempre forza Unione in tutte le categorie con il sogno di vederla un giorno in serie A. Ma intanto la si segue ovunque.


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