Prima l’ansia, poi il gong. E da quel momento, “diventi una macchina da guerra”. È così che Sara Lombardi racconta l’attimo in cui sale sul ring. Il primo agosto, contro Francesca Corso, la pugile triestina ha conquistato il titolo italiano dei supermosca, al termine di un match vinto per appena due punti di differenza.
Dietro quella cintura non ci sono soltanto otto round: ci sono otto anni di palestra, sacrifici, lavoro e una passione nata quasi per caso. Lombardi è sempre stata una sportiva. Da bambina ha giocato a basket e a calcio, provando un po’ di tutto. Il pugilato, però, lo aveva già incontrato grazie allo zio Dino Sanna, pugile triestino scomparso molti anni fa, che le mostrava questo sport lasciandola affascinata. Lei non aveva mai pensato di praticarlo. Poi, a 22 anni, dopo aver capito che il mondo del basket non era più il suo posto, ha preso in mano i guantoni; una prova all’Ardita e l’inizio di una storia che dura ancora oggi. In società hanno visto subito qualcosa in più in lei. Sara è testarda, determinata e non ama fermarsi: dopo aver disputato 25 match da dilettante, è arrivato il prima possibile il passaggio al professionismo. Un percorso costruito insieme alla sua squadra, che continua a credere in lei e a incoraggiarla.
“È 80% testa e 20% fisico”, dice. Perché il pugilato è duro, non solo per il corpo, ma soprattutto per la mente. E proprio la testa, questa volta, ha fatto la differenza. Alla sesta ripresa Sara si è seduta all’angolo: “Sono stanca”. Gli allenatori l’hanno spronata e lei ha reagito, vincendo le due riprese successive e portando a casa il titolo. Sul ring ha tenuto il centro, mentre Corso cercava di sottrarsi al confronto. “Il pugilato è una partita a scacchi”, racconta: bisogna leggere l’avversaria e ricalibrare continuamente la propria strategia.
Non è sempre stato tutto semplice. Ci sono stati momenti in cui non voleva più combattere. E oltre alla boxe c’è il lavoro, ci sono gli allenamenti e ci sono i sacrifici. Proprio per questo la vittoria ha un sapore ancora più speciale. “Non ho ancora ben realizzato”, ammette, consapevole di aver fatto “una cosa grande” per sé e per la sua città. E il calore dei triestini presenti al match ha reso tutto ancora più speciale.
Ora, però, non c’è tempo per fermarsi. Il prossimo obiettivo è difendere volontariamente il titolo a Trieste entro sei mesi, poi puntare all’Europeo e, più avanti, magari al Mondiale. Nel cassetto c’è anche un sogno: Las Vegas, meta simbolica per chi vive il pugilato. A ispirarla ci sono campioni come Maurizio Stecca, Nino Benvenuti e Katie Taylor. Ma Sara non vuole essere la copia di nessuno. Per lei il pugilato è diventato qualcosa che va oltre il ring: disciplina, sangue freddo, motivazione e un modo diverso di affrontare la vita. “Fa parte di me, non potrei fare altro”. E adesso, con il tricolore alla vita, la sua prossima sfida è già cominciata.