Da una parte il bel rumore del tifo organizzato e la petizione online che, a oggi, ha superato le 5500 firme. Dall’altra il solito, fastidioso silenzio di chi dovrebbe parlare e non lo fa (o non lo può fare in questo momento). A due giornate dalla fine della regular season, con una Pallacanestro Trieste già certa dei playoff, la “rincorsa alla breaking news” su cosa sarà del basket di vertice in città si è un po’ rallentata. E non certo a causa degli addetti ai lavori, incapaci di trovare notizie che non precipitino in banali speculazioni, ma perché dall’emozione negativa di un potenziale spostamento del titolo sportivo di serie A in direzione Roma (con annessa e primissima presa di posizione da parte delle istituzioni locali, oltre che al commento del ministro Abodi) si è arrivati a un’attesa lunga. Troppo lunga per poter abbozzare con calma un “piano B”.
Certo, per non essere tacciati di essere i soliti rompiscatole da tastiera, dovremmo attendere con serenità (!) Paul Matiasic prendere finalmente la parola per annunciare cosa ne sarà della Pallacanestro Trieste dell’immediato futuro. Ma visto che è difficile ipotizzare una tempistica chiara (è altamente probabile che bisognerà attendere la fine della post-season biancorossa), tutto il resto delle buone intenzioni restano nel cassetto. La società non può naturalmente esprimersi (e anzi, lo fa sempre di meno anche sulle condizioni dei propri giocatori, vedi un Sissoko da settimane ai box non solo per scelta tecnica, ma anche per un problema fisico mai realmente esplicitato), ma il concetto di “mani legate” appartiene a tutti gli altri. In primis alle già citate istituzioni, che da inizio marzo non si sono più espresse (dal presidente della regione Fedriga che, dopo il colloquio con lo stesso Matiasic e le rassicurazioni dello stesso, aspetta ancora una risposta dal diretto interessato su “come” il basket rimarrà a Trieste, sino al sindaco Dipiazza che aveva tuonato “Se l’americano se ne va, siamo pronti a ripartire”, senza esplicitare ulteriormente il reale piano di battaglia di coinvolgimento del tessuto imprenditoriale locale).
Insomma, arrivare a fine aprile e aspettare il “Goodbye” di Matiasic senza farsi venire il mal di stomaco diventa un esercizio estremamente complicato, ogni giorno di più. E l’attesa diventa più lugubre di quel silenzio dietro a cui, tifosi a parte, molti continuano a nascondersi o a fare spallucce.