Trieste, 26 Luglio 2026

Teodorico Vitale, ispettore della Digos: 20 anni fa il trionfo Mondiale al seguito degli Ultras Italia

09 Luglio 2026 Autore: Marco Adamo

Berlino, Stadio Olimpico, 9 luglio 2006. Fabio Grosso segna il rigore decisivo e il cielo diventa azzurro. Tra le migliaia di italiani in festa ce n’è uno che deve limitare l’entusiasmo. Quella sera indossa la divisa di rappresentanza della Polizia di Stato, a differenza della semifinale con la Germania. A Dortmund era in borghese, in mezzo alla curva, e si era scatenato. Questo poliziotto era Teodorico Vitale, uno dei sei ispettori della Digos che seguivano la tifoseria italiana ai Mondiali del 2006. Un nucleo di esperti spotter che collaboravano con gli omologhi tedeschi per gestire e monitorare il pubblico.

Dopo quasi 40 anni di servizio, Vitale è andato in pensione e ha raccontato alcuni aneddoti della carriera. Dalla Celere di Padova e Torino a responsabile della Squadra tifoserie della Questura di Trieste: di domeniche calde ne ha vissute parecchie.

Teodorico, da dove ha inizio tutto?

Nel 1986 mi sono arruolato in Polizia. Dopo l’addestramento, sono stato assegnato al Reparto Mobile di Padova. Il primo assaggio del mondo ultras l’ho avuto a un Milan-Lazio concluso con scontri fuori da San Siro. Fu un episodio che mi segnò molto. I rumori che si sentono in quelle situazioni - le bottiglie rotte, le biglie di metallo - ti restano dentro. Mai quanto quel Juve-Roma del 1992, la partita più sanguinosa in cui ho prestato servizio: una lunga giornata di battaglia, con centinaia di romanisti che avevano messo a ferro e fuoco la città.

Dopo una parentesi nella Squadra Mobile è tornato tra gli ultras ma con un ruolo diverso. Come operava nella Digos?

Ero nella Squadra tifoserie di Trieste, una realtà comunque piccola e di provincia. Il nostro compito allo stadio era osservare, capire cosa stesse accadendo e individuare chi andasse fuori dalle righe. Ma il grosso del lavoro stava al di fuori dello stadio: era fondamentale instaurare un rapporto con gli ultras.

Compito non facile, in fondo era pur sempre un poliziotto...

E a Trieste c’era stato il caso di Stefano Furlan. È stato difficile, ma alla fine sono riuscito ad avere un rapporto che definirei quasi cavalleresco con gli ultras. I ruoli erano chiari: io sono la guardia, tu il ladro e giochiamo ‘a guardia e ladri’. C’è chi vince e chi perde, ma bisogna essere onesti e leali. E serviva anche buttarsi in mezzo a loro: con una birra e un panino insieme fuori dallo stadio, ad esempio. Piccoli gesti per conquistare fiducia e rispetto.

Dagli stadi di provincia all’Olimpico di Berlino in quella notte magica: come è arrivato a vedere il rigore di Grosso dal vivo?

A ottobre 2005 mi hanno chiamato a Palermo insieme a un’altra decina di colleghi per Italia-Slovenia. Poi ho seguito altre partite degli Azzurri, tra qualificazioni e amichevoli. Ma eravamo sempre meno. Non me ne ero accorto, ma ci stavano selezionando. Ho avuto la conferma quando, a giugno 2006, mi hanno comunicato che sarei stato uno dei sei esperti di tifoserie che avrebbero seguito la spedizione italiana al Mondiale in Germania. Io ero di Trieste, e gli altri di Udine, Venezia, Padova, Verona e Napoli.

Una composizione particolare, considerando la vostra origine geografica. Qual era il motivo dietro questa scelta?

Perché gli Ultras Italia provenivano in larga parte da queste città. La formazione di questo gruppo era paradossale a pensarci: triestini al fianco di udinesi e padovani, veronesi al fianco di napoletani. Durante la stagione scontri su scontri, ma per l’Italia tutti insieme.

Com’è stata l’avventura in Germania?

Sicuramente più lunga del previsto! Pensavamo che saremmo rimasti poco, giusto il tempo per i gironi. E invece siamo arrivati in fondo, dopo aver percorso oltre 6000 chilometri.

I ricordi più belli di quel mese ai Mondiali?

A livello personale, seguendo anche gli allenamenti a porte chiuse, mi sono trovato a chiacchierare con Gigi Riva, uno dei miti di quando ero piccolo. E poi vivere l’entusiasmo degli italiani in Germania. Ore di attesa e centinaia di chilometri di viaggio solo per vedere i giocatori o toccare un vessillo tricolore: c’era fame di Italia.


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