Trieste, 07 Novembre 2026

Abdon Pamich, una vita in marcia: il campione olimpico torna a Trieste

30 Ottobre 2026 Autore: Sofia Diletta Zuljan

"Non so cosa sarei stato se fossi rimasto lì». In queste parole Abdon Pamich racchiude il peso di una vita cambiata all'improvviso, quella di un ragazzo costretto a lasciare Fiume e a ricominciare altrove. Una storia personale che si intreccia con quella di un'intera comunità e che, nel suo caso, ha trovato nello sport una strada inattesa. L'ex esule fiumano e campione olimpico è stato a Trieste, al Savoia, ospite di un incontro promosso grazie al Rotary-Club Trieste, occasione per ripercorrere una vicenda che attraversa la memoria, l'identità e una carriera straordinaria.

"Andando via da Fiume sono cambiati tutti i programmi della mia vita e della mia famiglia", racconta. Il futuro che aveva immaginato era un altro: pensava alla boxe oppure alla carriera di capitano di lungo corso, dopo gli studi al nautico. Ma a Novara, dove si ritrovò dopo l'esodo, nessuna delle due possibilità prese forma. A restare, però, fu il desiderio di mettersi in gioco. "L'unica cosa che mi ha spinto è che avevo sempre voglia di fare sport": così arrivò alla marcia, disciplina nella quale avrebbe scritto pagine importanti dell'atletica italiana.

Il successo, assicura, non era un traguardo già disegnato. "Non ho mai pensato di arrivare così in alto, è venuto tutto da sé". A guidarlo non era soltanto il desiderio di vincere, ma soprattutto quello di perfezionarsi, allenamento dopo allenamento, senza arrendersi. "Non importava la vittoria, ma il migliorarsi": una filosofia che ha accompagnato Pamich lungo una carriera eccezionale, culminata con l'oro olimpico di Tokyo 1964 e arricchita da cinque partecipazioni ai Giochi. Per oltre vent'anni è rimasto protagonista della marcia, diventando uno degli atleti italiani più longevi e titolati della disciplina.

Anche il modo di vivere e preparare lo sport, nel frattempo, è cambiato profondamente. "È cambiato tutto", osserva, ricordando un'epoca in cui il lavoro era soprattutto empirico e ogni allenatore seguiva una propria impostazione, senza una letteratura tecnica condivisa a fare da riferimento. Eppure, al di là dei metodi e delle trasformazioni, per lui il filo conduttore è rimasto uno: l'amore per lo sport, l'unico elemento capace di unire davvero la dimensione personale e quella professionale.

C'è poi il legame con le proprie origini, mai cancellato dalla distanza. Oggi Pamich dice di sentirsi "più a casa qui a Trieste che a Fiume", città che conserva un posto centrale nella sua storia. Raccontarla, anche attraverso il film “Il Marciatore”, significa contribuire a far conoscere una pagina che non tutti conoscono, quella di chi ha dovuto lasciare la propria terra e ricostruire la propria esistenza altrove.

A 93 anni, la marcia continua a far parte delle sue giornate: percorre ancora quattro chilometri ogni giorno, una distanza che lui stesso definisce "troppo breve". Un'abitudine che dice molto più di qualsiasi medaglia: per Pamich il traguardo non è mai stato soltanto il podio, ma la possibilità di continuare a muoversi, migliorarsi e guardare avanti.

(nella foto da sinistra Marcella Skabar, Abdon Pamich, Francesco Slokovich - vice presidente Rotary Club Trieste - e Franco Squarcia)


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