Trieste, 08 Luglio 2026

La LBA guarda alla rivoluzione. Ma senza certezze...

30 Giugno 2026 Autore: Raffaele Baldini

Riunione LBA, una rivoluzione in atto con i “burattinai” che parlano americano e i reggenti che fungono da spettatori. Il presidente Maurizio Gherardini, ha dribblato come neanche il miglior Ariel Ortega (vi ricordate l’argentino visto nella Sampdoria e Parma, che scartava anche sua mamma?) questioni molto delicate, indicando l’esigenza di un cambio culturale con l’avvento dei fondi statunitensi. «Dobbiamo pensare di essere capaci di interpretare un modo diverso di vivere lo sport nelle sue dinamiche», ha spiegato Gherardini. «I tempi sono così diversi rispetto al modello un po’ tradizionale di vivere lo sport. Il basket ha il patrimonio della storia, i valori di una fan base, di tifosi. Ma c’è anche la necessità di interpretare quelle che possono essere le dinamiche imprenditoriali di gente che investe in questo movimento». La sensazione è che ci sia una relativa resistenza, un’inevitabile sottomissione a chi comanda con i dollaroni, senza analizzare gli elementi del contendere; in pratica è come fare una due diligence in 10 minuti. Cerchiamo di sintetizzare gli elementi per cui trovare una convergenza diventa veramente complesso, due mondi agli antipodi che cercano di allinearsi.

1. Il sistema a "Lega Chiusa" vs. Merito Sportivo
E’ l’essenza culturale dello sport nel Vecchio Continente. Promozioni e retrocessioni animano il “sacro fuoco”, portarle alla logica del blocco delle retrocessioni non fa che spegnere il motore della passione europea. L’Eurolega è così? Certo, ma basti vedere il pubblico a Milano e Bologna a playoff o play-in persi per capire quello che stiamo dicendo. Quindi? Senza il sistema Draft e quindi a vantaggi per i non gaudenti, non ne vieni fuori... gli appassionati non si accendono.

2. Il monopolio del calcio e le economie di scala (diritti TV)
La NBA genera contratti televisivi da decine di miliardi di dollari. In Italia, il basket si scontra con il dominio assoluto del calcio, con tutte le attenzioni del caso. Il bacino d'utenza e la conseguente fetta di mercato televisivo e pubblicitario sono enormemente più piccoli. Senza i mega-contratti TV americani (che nella NBA vengono divisi in parti uguali per garantire la sostenibilità di tutte le squadre), come si può arrivare a rientrare nelle spese? E poi, i mega contratti americani ci sono perché va in scena Brunson, Curry, Lebron James, Wembanyama, non certo un sottoprodotto, pur di qualità.

3. L'assenza del “Salary Cap” e il Diritto del Lavoro
Per mantenere il campionato equilibrato e imprevedibile, la NBA utilizza il Salary Cap (un tetto massimo agli stipendi) e la Luxury Tax (vera). In Europa e in Italia, imporre un limite rigido agli stipendi è quasi impossibile a causa delle norme sul diritto del lavoro dell'Unione Europea, che tutelano la libera concorrenza. Questo porta a enormi squilibri: in Italia squadre come l'Olimpia Milano o la Virtus Bologna hanno budget imparagonabili rispetto a squadre di provincia, creando un campionato a due velocità dove le "Cenerentole" raramente possono competere per il titolo. Figuriamoci con le due nuove realtà di “plastica” di Roma, che si azzufferanno a suon di dollaroni per apparire più intriganti di fronte all’unico posto per la NBA Europe.

4. Infrastrutture e "Sportainment"
Le arene NBA sono cattedrali dell'intrattenimento di proprietà (o in gestione esclusiva) delle franchigie: generano ricavi 365 giorni all'anno tra biglietteria vip, ristorazione interna, merchandising ed eventi. L'evento sportivo è concepito come uno show di 3 ore per le famiglie. Tutto nasce dalla brillante testa manageriale di Jerry Buss ai Los Angeles Lakers, quelli dello “show-time”, quando decise negli anni ‘80 che il palazzo doveva essere un organismo vivo tutto l’anno. In Italia, la maggior parte dei palazzetti dello sport è di proprietà comunale, spesso datata, con capienze ridotte (mediamente tra i 3.500 e i 5.000 posti) e scarse possibilità di sviluppare ricavi extra-biglietteria. Inoltre, la cultura sportiva italiana è legata al "campanile", alla curva e all'agonismo puro, non all'intrattenimento in stile “halftime-show”. Anche le nuove arene italiane non sembrano ricalcare quelle statunitensi, il modus vivendi nostrano mal si sposa con il concetto di centro commerciale per le donne disinteressate allo sport che attendono il marito dopo la partita.

E questi sono solo i 4 macro-aspetti che ampliano la divergenza fra due mondi, ce ne sarebbero altri, più sfumati, che alimentano il partito dei diffidenti. Insomma, siamo sotto uno tsunami inevitabile, non solo accettato passivamente dai reggenti di FIP e Lega, ma cavalcato quale fonte di speranza per la rinascita di un movimento cestistico italiano in stato comatoso. Se fosse realmente così, sarebbe la prima iniziativa lanciata dagli americani che non contempla unicamente il beneficio stelle a strisce.


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