Trieste, 26 Giugno 2026

Furio Steffè: "Mi preoccupa il trend del basket italiano, allenare Trieste è stato per me il punto più alto"

26 Giugno 2026 Autore: Alessandro Asta

Furio Steffè ha saputo scrivere, a modo suo, una pagina importante nella storia del basket triestino. E in momenti non propriamente tranquilli, vedi il post fallimento del 2004 in cui da capo allenatore ha saputo far ripartire la Pallacanestro Trieste. Tante le sue esperienze da head coach in giro per lo stivale, ma sicuramente nulla è stato più speciale di essere sulla panchina biancorossa.

Cosa ha significato per te il basket? E in particolare poter allenare la squadra della tua città?

"Il basket per la mia generazione non è stato soltanto uno sport, a Trieste era un modo di vivere. C'erano i ricreatori, i campetti, gli oratori, le sfide tra le tante società che investivano nel settore giovanile. Noi non ce ne rendevamo conto, ma eravamo parte di una grande famiglia. Da quel mondo non sono usciti soltanto giocatori e giocatrici, allenatori e allenatrici: sono usciti uomini e donne di sport che ancora oggi rappresentano la linfa vitale della pallacanestro triestina. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare maestri veri, persone che ti insegnavano a lavorare duro, a rispettare gli avversari, a non cercare alibi quando perdevi e a trovare sempre una soluzione ai problemi. Molti di loro erano figli di una generazione che aveva conosciuto la guerra e le difficoltà vere. Non insegnavano soltanto pallacanestro: attraverso il basket cercavano di formarti come persona. Ti forgiavano per diventare la migliore versione possibile di te stesso.
Allenare la squadra della mia città e la Nazionale Under 20 sono stati il punto più alto del mio percorso sportivo, ma se devo pensare a cosa mi ha lasciato davvero il basket, penso soprattutto a tutte le persone che mi ha fatto conoscere e ai momenti vissuti assieme".

Come vivi l'attuale situazione della Pallacanestro Trieste?

"La vivo con preoccupazione, perché conosco bene quanto la pallacanestro sia importante per questa città. Però credo che ogni momento di difficoltà possa diventare anche un'opportunità per fermarsi e riflettere su quale futuro vogliamo costruire. Forse è arrivato il momento di avere il coraggio di fare qualcosa di diverso. Invece di parlare soltanto di titoli sportivi, categorie e promozioni, dovremmo chiederci quale basket vogliamo lasciare ai nostri ragazzi tra vent'anni.
La mia idea sarebbe quella di mettere attorno a un tavolo tutte le società triestine, tutti i dirigenti e tutte le competenze che il nostro territorio ha espresso in questi decenni. Non per difendere ognuno il proprio orticello, ma per costruire un progetto comune.
Se dovessi immaginare delle figure capaci di guidare una visione di questo tipo, penserei per primo a una persona come Bogdan Tanjević, uno dei più grandi maestri che il basket abbia avuto e una figura che ha sempre guardato al bene del basket prima di tutto. Accanto a lui vedrei bene Daniele Cavaliero, che rappresenta la triestinità, la capacità organizzativa e il futuro.
Immagino una vera piramide: minibasket, settori giovanili, formazione degli allenatori, nuove palestre, percorsi di studio collegati allo sport, collaborazione tra le società e una prima squadra che rappresenti il punto di arrivo naturale di tutto questo lavoro.
Se questo significasse ripartire dalla Serie C, non ne farei un dramma. Preferirei investire le risorse nella costruzione del miglior progetto giovanile d'Italia piuttosto che spenderle per acquistare una categoria".

Il mondo del basket italiano sta cambiando tremendamente, più fuori che dentro dal campo: è preoccupante secondo te il trend dei titoli ceduti?

"Sì, mi preoccupa, ma non tanto per la singola operazione. Mi preoccupa il messaggio culturale che rischia di passare. Ho l'impressione che troppo spesso si cerchino scorciatoie. Si discute per mesi di chi compra un titolo e molto meno di come si costruisce un giocatore, un allenatore o una società.
I titoli sportivi si possono comprare e vendere. La passione di una città no. Per questo penso che chiunque voglia investire nel basket triestino debba prima credere in un progetto di crescita del territorio e dei giovani e solo dopo nella prima squadra. Se un domani arriverà un imprenditore disposto a riportare Trieste ai massimi livelli, ben venga. Ma dovrebbe essere chiamato a investire prima nelle fondamenta e poi nel tetto. Perché una squadra forte si può costruire in pochi anni. Una cultura sportiva forte richiede una generazione intera.
Trieste ha una storia, una competenza e una passione cestistica uniche in Italia. Forse è arrivato il momento di smettere di rincorrere le emergenze e tornare a costruire. Perché il vero patrimonio del basket non sono i titoli sportivi. Sono i ragazzi, gli allenatori, i tifosi, gli arbitri, le famiglie che ogni giorno accompagnano i figli in palestra. E anche i volontari che dedicano il loro tempo senza chiedere nulla in cambio. In fondo, il vero significato della vita è piantare alberi alla cui ombra non prevedi di sederti. Non so chi l'abbia detto, ma sicuramente “iera uno un po' meno mona de mi”. Sarebbe un modo meraviglioso per portare avanti quello che ci è stato regalato dai nostri maestri".


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